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Amiloidosi: cosa sono e come si manifestano

Le amiloidosi sono un gruppo di malattie caratterizzate da alterazioni delle proteine. Ciò porta le proteine in questione ad aggregarsi e a formare dei depositi, che intaccano le funzionalità degli organi.  Esistono anche forme genetiche ed ereditarie, con quadri clinici diversi a seconda del gene coinvolto.

La forma ereditaria più comune è l’amiloidosi da accumulo di transtiretina. Tra i primi sintomi c’è la sindrome del tunnel carpale, cui segue un’alterazione della sensibilità degli arti inferiori. Questo provoca difficoltà ad eseguire movimenti con mani e a muoversi. In alcuni casi, la malattia si manifesta anche con problemi intestinali, deficit di forza, dolori alle estremità.

L’amiloidosi da gelsolina ha due forme:

  • Sistemica. I depositi proteici interessano diversi organi e tessuti, che portano a distrofia della cornea e disfunzioni del sistema nervoso.
  • Non sistemica. È una forma ancora poco caratterizzata, che provoca solo disfunzioni renali.

Quelle descritte sopra sono solo le forme più comuni di amiloidosi. Sono presenti molte altre forme di amiloidosi familiari e alcune sporadiche. Le prime sono causate da mutazioni nei geni che codificano per le proteine del plasma. Affinché si manifestino basta ereditare una sola copia mutata del gene.

La diagnosi della varie forme di amiloidosi parte di solito dall’osservazione clinica. Seguono appositi test genetici, così da individuare il gene mutato. Purtroppo non esistono terapie risolutive al momento. Si può solo agire sui sintomi, nel tentativo di migliorare la qualità della vita dei pazienti. In alcuni casi, il trapianto di fegato blocca la sintesi del precursore amiloidogenico.

Fonte: telethon.it

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Iperossaluria primaria: cos’è e quali sono i sintomi

L’iperossaluria primaria di tipo 1 è una malattia genetica che interessa le funzioni del metabolismo. Provoca l’accumulo di ossalato di calcio nei tessuti, causando disfunzioni in diversi organi. Tra le possibili conseguenze ci sono atrofia ottica, aritmie, neuropatia, fratture. Di solito la diagnosi avviene mediante l’analisi delle urine, che mostrano alti livelli di ossalato di calcio.

Il deposito di ossalato nei reni provoca la formazione di calcoli renali molto dolorosi. I calcoli sono ricorrenti e causano infezioni alle vie urinarie, oltre che danni permanenti. Sono uno dei primi sintomi che si manifesta, in genere prima dei 5 anni. Se non preso per tempo, può portare all’insufficienza renale e intaccare le funzionalità dei reni in maniera definitiva. Le forme più gravi di iperossaluria colpiscono non solo i reni, ma anche le ossa e la retina.

I rischi per la funzionalità renale rendono l’iperossaluria primaria una malattia con un alto tasso di mortalità. Il 50% dei pazienti rischia di avere un’insufficienza renale prima dei 15 anni, l’80% prima dei 30. In più, chi ne soffre manifesta spesso cristallizzazioni nelle ossa, negli occhi e nel cuore. Per questo motivo sono frequenti le malattie cardiache e i decessi connessi.

La diagnosi di iperossaluria primaria avviene misurano i livelli di ossalato di calcio nelle urine e nel sangue. Si effettuano anche test genetici e, in caso di genitori portatori sani, la diagnosi prenatale.

Le uniche terapie disponibili oggi prevedono la somministrazione di sali di calcio e l’idratazione costante. In questo modo si riduce l’accumulo di ossalato nei tessuti. In alcuni casi, si agisce con il trapianto combinato di fegato e rene, specie nei bambini. Purtroppo il solo trapianto di rene non è in grado di correggere la malattia, che quindi si ripresenta.

Fonte: corriere.it

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Sindromi mielodisplastiche: cosa sono e quali sono i sintomi

Le sindromi mielodisplasiche sono malattie genetiche che interessano il midollo osseo. Chi soffre di queste patologie presenta cellule staminali disfunzionali, incapaci di produrre il giusto numero di cellule del sangue. Ciò provoca carenza di globuli rossi, bianchi e piastrine. In alcuni casi porta addirittura allo sviluppo della leucemia mieloide acuta.

Le sindromi mielodisplasiche colpiscono circa 1 persona ogni 12.500 in Europa. I più colpiti sono gli anziani sopra i 70 anni, tra i quali il tasso sale a 1 persona ogni 3.000. Sono causate quindi da anomalie presenti nel DNA, che innescano le mutazioni all’interno delle cellule staminali. Il meccanismo preciso è però ancora poco chiaro e in buona parte sconosciuto. Si pensa che le mutazioni possano essere legate sia all’esposizione a sostanze tossiche sia a fattori congeniti.

Le malattie partono di solito da poche cellule staminali ematopoietiche danneggiate. Queste si moltiplicano e producono nuove cellule anomale. Le cellule malate non riescono a produrre cellule specializzate mature. Ciò porta a una progressiva diminuzione delle cellule del sangue e a un impoverimento dell’organismo.

Capita che la diagnosi avvenga prima del manifestarsi dei sintomi, grazie ad analisi del sangue casuali. Tuttavia, gran parte dei pazienti effettua le analisi quando inizia ad avvertire che c’è qualcosa che non va. I sintomi sono infatti legati di solito alla carenza di un gruppo particolare di cellule.

Molti pazienti lamentano debolezza e difficoltà a respirare, legate allo scarso numero di globuli rossi. Altri sono colpiti da infezioni batteriche ricorrenti, causate dal deficit di globuli bianchi. La carenza di piastrine provoca invece lividi, perdite di sangue e gengive sanguinante. In circa il 15% dei casi si verificano anche un ingrossamento di fegato, milza e linfonodi.

Fonte: ematologia-pavia.it

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Malattia di Fabry: cos’è e quali sono i sintomi

La Malattia di Fabry è una malattia genetica ereditaria che interessa il metabolismo glicosfingolipidico. La forma classica è caratterizzata dall’assenza dell’enzima alfa-galattosidasi A e colpisce soprattutto i maschi. È infatti legata a un’anomalia del gene GLA, presente nel cromosoma X. Si stima che la malattia colpisca circa 1-5 persone ogni 100.000. Ciononostante, c’è ragione di credere che la prevalenza reale sia molto più alta.

I primi sintomi compaiono tra i 4 e i 10 anni e sono dolore acuto accompagnato da bruciore e formicolio. Andando avanti, si aggiungono sintomi neurologici, cutanei, renali, cardiovascolari e cerebrovascolari. Chi soffre della Malattia di Fabry è soggetto a ictus e attacchi ischemici transitori. Inoltre, è frequente che le funzioni renali si deteriorino e così quelle cardiache. Ciò accade a causa dell’accumulo degli zuccheri sfingolipidi, causato dal deficit dell’enzima alfa-galattosidasi A.

La diagnosi della Malattia di Fabry avviene mediante osservazione clinica e misurazione dei livelli dell’enzima. Spesso il metodo non è risolutivo e si rende necessaria l’analisi genetica. Nel caso in cui uno dei due genitori sia portatore sano, è disponibile la diagnosi prenatale per i feti maschi. Si effettua un dosaggio dell’attività enzimatica e, se necessario, si passa alla consulenza genetica.

I trattamenti tradizionali prevedono l’uso di analgesici per controllare il dolore e di farmaci antiaritmici. Nei casi più gravi, si è costretti a intervenire con il trapianto renale e la dialisi. Nonostante non esista una terapia risolutiva, i trattamenti oggi disponibili sono essenziali per garantire la sopravvivenza dei pazienti. Senza di essi, i soggetti incorrono in un peggioramento della qualità della vita e hanno meno possibilità di sopravvivenza.

Fonte: orpha.net

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