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Aurora magazine

Dovrebbe passare almeno un anno tra una gravidanza e l’altra

Le neo-mamme dovrebbero aspettare almeno un anno prima di una nuova gravidanza. È quanto rivela uno studio guidato dalla dottoressa Wendy Norman. Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità consigliano un’attesa di addirittura 24 mesi. Secondo il team di scienziati, però, non sarebbe necessario aspettare tanto; un’ottima notizia per le mamme più adulte.

Rimanere incinte subito dopo una gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro, basso peso alla nascita, mortalità materna. Ecco perché sarebbe meglio aspettare un po’ di tempo prima di tentare di nuovo il concepimento. Il tempo di attesa ideale sarebbero 12-18 mesi, almeno secondo il team della dottoressa Norman. Questo lasso di tempo andrebbe bene sia per le neo-mamme più giovani sia per quelle più adulte, che magari hanno avuto il primo figlio dopo i 35 anni.

Se concepiscono a 6 mesi dal primo figlio, le neo-mamme dopo i 35 anni hanno l’1,2% di rischio di mortalità. Aspettando 18 mesi, il rischio cala allo 0,5%. Nel caso delle donne più giovani, invece, c’è l’8,5% di rischio di parto prematuro se rimangono incinte a 6 mesi dalla prima gravidanza. Il rischio cala al 3,7% aspettando.

Lo studio dà delle indicazioni chiare sui tempi di attesa tra una gestazione e l’altra, utili soprattutto al giorno d’oggi. Infatti, è frequente che le donne più grandi preferiscano accorciare i tempi tra le gravidanze. Nel caso delle donne più giovani, invece, le gravidanze molto vicine sono spesso frutto di una contraccezione carente.

Per ridurre i rischi per mamma e bambino, i medici consigliano di ricorrere a un’adeguata contraccezione dopo il parto.

Fonte: bbc.com

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Silenziare un gene per evitare la pressione alta in gravidanza?

L’alta pressione in gravidanza è uno dei rischi maggiori per mamma e bambino. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, la si potrebbe evitare spegnendo alcuni geni della placenta. La tecnica si chiama silenziamento dell’RNA è ha già dato buoni risultati nei primati. Le cavie trattate in questa maniera sono tornate a valori normali in breve tempo.

La condizione si chiama preeclampsia e colpisce oltre il 10% delle future mamme. La pressione troppo alta può danneggiare reni e fegato, provocare ictus e convulsioni. Nei casi peggiori l’unico modo per fermarla è anticipare il parto. Questo mette le donne nella condizione di dover scegliere tra la propria salute e quella del piccolo, con conseguenze psicologiche anche gravi.

La preeclampsia si manifesta quando la placenta smette di funzionare a dovere. Per compensare la cosa e aumentare l’afflusso di sangue, rilascia quindi delle proteine che aumentano la pressione della donna. In questo modo il feto riesce a ottenere la giusta quantità di ossigeno e nutrienti, a prezzo però della salute materna.

Trattare la preeclampsia non è facile. I ricercatori devono tenere conto sia della salute della madre sia di quella del feto, evitando l’insorgere di eventuali malformazioni. Agire sui geni che causano il malfunzionamento della placenta pare l’approccio più sicuro per entrambe le parti. La tecnica distrugge infatti le molecole di RNA che spingono la produzione della proteina causa della malattia.

Per il momento i ricercatori hanno testato l’approccio su forme lievi di preeclampsia nei babbuini. Hanno iniettato il trattamento in 3 cavie su 9, riducendo i loro livelli di pressione e i danni agli organi interni.

Fonte: newscientist.com

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Malattie reumatiche: come affrontare una gravidanza?

Per le donne che soffrono di malattie reumatiche, affrontare una gravidanza è un grosso problema. Artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, artrosi provocano tantissimi dubbi e timori. “Sarò in grado di prendermi cura di mio figlio?” Ma soprattutto: “I farmaci che prendo gli faranno male?” Sono questi i timori che attanagliano il 50% delle donne in età fertile che soffrono di queste malattie. Un numero che non si può ignorare.

L’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna e di Genere (Onda) ha condotto un’indagine in 24 centri reumatologici presenti in Italia. L’indagine ha coinvolto 398 donne tra i 18 e i 55 anni affette da malattie reumatiche. Un campione ben lontano dall’immaginario comune, che vorrebbe le malattie reumatiche come un problema tipico della vecchiaia.

In realtà le malattie reumatiche interessano soprattutto le donne e compaiono in giovane età. Si pensa che gli ormoni femminili giochino un ruolo importante nel loro sviluppo, rendendole un problema tipico dell’età fertile. Anche per questo motivo, la gravidanza è un momento delicato per chi soffre di malattie reumatiche. Spesso la gestazione influisce sul decorso del disturbo e, nei casi peggiori, può essere a propria volta influenzata negativamente. Angela Tincani, ordinario di reumatologia all'Università di Brescia, è però ottimista.

Secondo la dottoressa Tincani, una corretta gestione medica e ostetrica può facilitare la gestazione. È però necessario programmare la gestazione in un periodo in cui la malattie è in remissione stabile. Inoltre, vanno scelti farmaci compatibili con le nuove condizioni della donna e con il feto. L’importante è che l’aspirante mamma segua le indicazioni di reumatologo e ginecologo.

Fonte: lastampa.it

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Due uteri per la stessa gravidanza

Bliss e Ashleigh Coulter sono una coppia statunitense che vive nel Nord del Texas. Cinque mesi fa hanno dato alla luce il piccolo Stetson, che ha trascorso la gestazione nell’utero prima di Bliss e poi di Ashleigh. Ciò significa che entrambe le donne hanno portato avanti la stessa gravidanza, grazie a un tipo di fecondazione in vitro chiamata Reciprocal Effortless Ivf.

La Reciprocal Effortless Ivf combina il trasferimento embrionale con la Effortless Ivf, nella quale la donna fa da incubatrice naturale. La combinazione delle due procedure è meno semplice di quello che sembra e ha un tasso di successo basso. Ciononostante, le due donne sono riuscite a portare a termine la gravidanza.

Bliss, di 37 anni, si è sottoposta alla stimolazione ormonale. I medici hanno prelevato gli ovuli e li hanno inseriti insieme allo sperma in un dispositivo chiamato InvoCell. Dopodiché hanno inserito la capsula nella vagina della donna, a livello della cervice. Nella IVF tradizionale tutto questo avviene in laboratorio, con costi più alti. L’ambiente caldo e favorevole del corpo di Bliss ha favorito lo sviluppo dei blastociti, rimasti dentro di lei per 5 giorni.

In un secondo momento, i medici hanno congelato i blastocisti e hanno aspettato che l’utero di Ashleigh fosse pronto per accoglierli. Dopo qualche giorno hanno effettuato l’impianto, che ha avuto pieno successo. La gravidanza è andata bene e il piccolo è nato nei termini, perfettamente in salute.

Il caso è un unicum, almeno per il momento. Di solito la donna che porta InvoCell è anche quella che porta a termine la gravidanza: è la prima volta che la pratica si accompagna al trasferimento embrionale.

Fonte: wired.it

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