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Aurora magazine

IVF: potremo selezionare gli embrioni più intelligenti?

Un team di scienziati ha realizzato un test genetico che promette di misurare l’intelligenza degli embrioni. In questo modo sarebbe possibile escludere quelli con un QI molto basso e puntare sui più intelligenti. È davvero possibile? Per il momento il test non è stato ancora usato, ma sta già sollevando discussioni.

I test genetici preimpianto servono a individuare gli embrioni a rischio di malattie genetiche. Li si usa nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori sani della malattia, ma anche per individuare eventuali anomalie cromosomiche. L’impresa non è sempre facile: alcune malattie coinvolgono centinaia di geni. Man mano che la ricerca va avanti, però, cresce anche la lista di condizioni individuabili in questa maniera.

Il nuovo test si baserebbe sull’analisi di più regioni del DNA, così da misurare la probabilità che l’embrione abbia un QI basso. L’analisi non è abbastanza accurata da fornire una predizione precisa, ma promette di individuare quanto meno gli embrioni affetti da disabilità mentale. Secondo alcuni, in futuro potrebbe aiutare addirittura a scegliere gli embrioni più intelligenti. Sarebbe davvero possibile?

È ancora poco chiaro come e in che misura i geni influenzino l’intelligenza: l’ambiente culturale continua ad avere un ruolo essenziale. Quanto ai geni dell’intelligenza che conosciamo, potrebbero avere anche effetti inaspettati. Ad esempio, alcuni studi suggeriscono una correlazione tra alte abilità accademiche e autismo. Un’eventuale selezione, quindi, potrebbe portare a un bimbo molto intelligente ma con altri tipi di problematiche.

Fonte: newscientist.com

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Le infezioni non curate fanno fallire la PMA?

Solo il 13% dei cicli di procreazione medicalmente assistita (PMA) si concludono con esito positivo. Le ragioni sono molte, tra le quali ci potrebbero essere anche le infezioni sia maschili sia femminili. Una tempestiva diagnosi e cura potrebbero però ribaltare l’esito delle procedure. Ecco perché un team di esperti consiglia alle coppie infertili una diagnosi microbiologica preventiva.

Secondo l’Amcli (Associazione microbiologi clinici italiani), diagnosticare e curare le infezioni consentirebbe a tanti di vincere la loro infertilità. In alcuni casi con l’ulteriore ausilio della fecondazione assistita, in altri perfino con il concepimento naturale.

Le principali cause di fallimento della PMA sono:

  • età avanzata;
  • alterazioni cromosomiche e altre cause genetiche;
  • malattie sessualmente trasmissibili;
  • infezioni all’apparato genitale.

Rimane comunque fuori un 15% di casi nei quali le cause del fallimento sono sconosciute.

Ciò che rende le infezioni pericolose è spesso la carenza o mancanza di sintomi. I soggetti non sono consapevoli della loro presenza, quindi non vengono prese in considerazione come possibile causa di infertilità. Ecco perché la diagnostica microbiologica è ancora oggi molto trascurata nell’iter che precede la PMA. Questo non capita con altre cause, come l’età o anche le anomalie genetiche. C’è però un ulteriore problema.

Le donne sono abituate a sottoporsi a un gran numero di accertamenti ginecologici. Questo non vale per gli uomini, che tendono ad essere più diffidenti sia verso le visite andrologiche sia verso gli esami microbiologici. Eppure entrambe le cose potrebbero facilitare la PMA, se non addirittura aiutare ad evitarla in toto.

Fonte: corriere.it

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Analisi dei dati migliore, fecondazione assistita più efficace

Gli scienziati di Tartu hanno scoperto come migliorare la qualità dei trattamenti di fecondazione assistita. I risultati dello studio, comparsi sulla rivista Human Reproduction, promettono di ottimizzare le procedure. I medici potranno utilizzarli nella medicina di precisione, per tenere conto delle variabili nel ciclo mestruale delle pazienti donne. L’approccio personalizzato sarà di aiuto soprattutto per le tante coppie che hanno provato senza successo con la fecondazione in vitro.

Nel 2017, in Estonia si sono eseguite oltre 2800 procedure di IVF. Solo il 15% di queste è andata a buon fine, portando alla nascita di 430 bambini in totale. Perché i numeri rimangono così bassi? Ci possono essere problemi lungo tutte le fasi del trattamento, ma il momento più critico è l’impianto dell’embrione. Trasferire l’embrione nel momento sbagliato, quando le condizioni non sono ottimali, decreta il fallimento dell’intera procedura.

Nel concepimento naturale, l’embrione si può formare in un momento poco favorevole e impiantarsi quando l’endometrio è pronto. È uno dei motivi per cui a volte è possibile rimanere incinta durante il sanguinamento. Nella fecondazione in vitro, invece, è necessario individuare il giorno migliore per trasferire l’embrione. Solo così è possibile aumentare le probabilità di successo della procedura. I medici hanno concepito diversi metodi per misurare la ricettività dell’endometrio nel modo più accurato possibile.

Lo studio in questione parte da un fatto ben noto: il rivestimento interno dell’utero è formato da diversi tipi di cellule. Gli studi precedenti non avevano mai considerato l’effetto della proporzione tra questi tipi di cellule. In questo caso, invece, i ricercatori hanno cercato il collegamento tra questo dato e i profili dell’espressione genetica dell’endometrio. Ciò ha permesso loro di rendere l’analisi genetica più precisa, migliorando i test basati l’espressione dei geni nelle cellule endometriali.

Fonte: etag.ee

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IVF: perché un singolo embrione può dividersi in due o tre?

Da qualche anno è ormai prassi trasferire un solo embrione alla volta durante la fecondazione in vitro. In questo modo si riduce in maniera significativa il rischio di gravidanze multiple. Ciononostante, non lo si evita in toto. Capita a volte che un singolo embrione dia origine a una gravidanza gemellare o addirittura plurigemellare. Com’è possibile? Ne parla uno studio guidato dal dottor Keiji Kuroda, pubblicato su Human Reproduction.

Il tasso di gravidanze gemellari dopo un singolo impianto è dell’1,6%. Circa l’1,36% delle gestazioni è legato a un processo chiamato meiosi zigotica. Lo studio esamina 937.848 cicli di fecondazione in vitro con impianto di un singolo embrione. I ricercatori hanno cercato tutti i fattori che potrebbero essere legati al fenomeno, sia nella madre sia nel procedimento. Da quanto è emerso, la tecnica di “assisted hatching” potrebbe essere una delle possibili cause della divisione dell’embrione.

La meiosi zigotica si verifica tra il secondo e il sesto giorno dopo la fecondazione dell’ovocita. In questa fase, lo zigote si divide in tante cellule chiamate blastomeri, che andranno a formare l’embrione. Capita che lo zigote si spezzi in due e che ciascuna parte formi uno zigote indipendente, dal quale si svilupperà un embrione. A volte, lo zigote si spezza addirittura in tre. Gli embrioni hanno tutti lo stesso patrimonio genetico, sono quindi gemelli monozigoti o identici.

Può essere difficile capire quali gravidanze multiple sono frutto di meiosi zigotica e quali di altri fattori. In alcuni casi, un atto sessuale nel periodo del ciclo di IVF si può tradurre in una doppia gravidanza. Una causata dalla fecondazione in vitro e l’altra naturale. L’unico modo sicuro è usare gli ultrasuoni per vedere se ci sono più sacchi gestazionali e quanti sono i feti. Se i feti sono più dei sacchi gestazionali, allora la gravidanza multipla è causata dalla meiosi zigotica.

Fonte: medicalxpress.com

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