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Aurora magazine

C’è un legame genetico tra obesità e depressione?

Uno studio britannico e australiano ha svelato un legame genetico tra obesità e depressione. Secondo il team, le persone predisposte geneticamente all’obesità sarebbero più a rischio di sindromi depressive. Il peso eccessivo causerebbe infatti una forte sofferenza psicologica, che in alcuni casi porta anche alla depressione.

Il collegamento tra obesità e depressione era già noto. Gli esperti discutevano però su quale dei due disturbi sia la causa dell’altro. È la depressione a causare un rapporto poco sano con il cibo o viceversa? Per risolvere a questa domanda, un team internazionale ha analizzato le cartelle cliniche e il DNA di oltre 500 mila persone.

Gli scienziati hanno preso in esame 73 varianti genetiche legate a un alto indice di massa corporea, diabete e malattie cardiache. A queste hanno aggiunto altre 14 variante, collegate solo all’obesità e non ad altre patologie. Dopodiché hanno esaminato il legame tra varianti genetiche, condizioni di salute e salute mentale. Le prime 73 varianti genetiche sembrano avere un collegamento biologico e psicologico con la depressione. Le altre 14 avrebbero invece un collegamento solo psicologico.

Con 4,7 punti di indice di massa corporea in più c’è il 18% di probabilità in più di sviluppare depressione. Nel caso delle donne, la percentuale sale al 23%. C’è quindi un legame tra predisposizione genetica all’obesità e depressione. Gli studiosi non sanno dire quanto questo legame sia di natura psicologica e quanto di natura fisiologica. Sembra però chiaro che perdere peso migliori anche la salute mentale, almeno in alcuni individui.

Fonte: tg24.sky.it

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Tè o caffè? Lo decidono i geni

Da natura, dovremmo stare tutti ben lontani dal caffè. L’amaro è infatti legato a sostanze velenose e nocive: è per questo motivo che stiamo lontani da gran parte dei cibi che hanno questo sapore. Eppure, nel corso dei secoli il caffè ha conquistato il cuore di tantissime persone. Com’è possibile? Gli scienziati della Northwestern University hanno una possibile risposta.

I ricercatori statunitensi hanno studiato il rapporto tra geni, sensibilità all’amaro e preferenza tra caffè e tè. I soggetti più sensibili al sapore amaro sono anche quelli che consumano più caffè. La predisposizione ad apprezzare l’amaro del caffè sarebbe infatti frutto di esperienze di rinforzo positivo. Più caffè si beve, più ci si sente energetici e positivi, più si apprezza la bevanda. Gli scienziati come sono arrivati a questa conclusione?

Lo studio ha analizzato la sensibilità all’amaro e il consumo di bevande di 400.000 individui. Gli scienziati hanno cercato le varianti genetiche che influenzano la sensibilità all’amaro di tre sostanze: caffeina, chinino e PROP. La caffeina è la sostanza contenuta nel caffè, il chinino dà l’amaro all’acqua tonica e il PROP imita l’amaro di cavoli e broccoli. In un secondo momento, gli scienziati hanno confrontato i dati con il consumo di caffè, tè e alcool.

I soggetti più sensibili all’amaro della caffeina preferivano il caffè al tè. Quelli più predisposti verso chinino e PROP, invece, evitavano il caffè. Le persone più sensibili al PROP tendevano ad evitare anche l’alcool, in particolare il vino rosso.

Fonte: focus.it

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Il DNA predice le risposte ai farmaci antipsicotici

Il DNA può predire la risposta di un paziente a determinati farmaci antipsicotici. Lo rivela uno studio del Feinstein Institute for Medical Research. La scoperta potrebbe influenzare in maniera importante le attuali terapie farmacologiche contro la schizofrenia.

La schizofrenia è una malattia psichiatrica caratterizzata da allucinazione e comportamenti disorganizzati. Di solito la si tratta con farmaci antipsicotici, ma la scelta delle terapie viene fatta senza la guida di test di laboratorio. Spesso si procede per tentativi, cambiando farmaco quando quello in uso si dimostra inefficace. I pazienti faticano quindi a trovare una loro stabilità emotiva e anche professionale.

Il team del professor Todd Lencz ha usato i test genetici per predire la risposta alle terapie farmacologiche. Per lo studio hanno coinvolto pazienti cui era stato diagnosticato il primo episodio di schizofrenia. Ne hanno analizzato l’intero genoma, cercando migliaia di varianti genetiche legate alla malattia. In un secondo momento, hanno usato i risultati per dare un punteggio alla risposta al trattamento.

I risultati aprono le porte alla medicina di precisione in psichiatria. La speranza del team è ampliare lo studio, applicando i test genetici anche alle terapie per altre malattie psichiatriche. Inoltre, i test genetici potrebbero essere usati in combinazione con altri tipi di test, come tac e risonanze magnetiche.

L’obiettivo è garantire alle migliaia di persone che soffrono di malattie psichiatriche trattamenti personalizzati e sicuri. In futuro, potrebbe diventare possibile capire fin da subito quali farmaci danno più chance. In questo modo, i pazienti potrebbero vivere una vita relativamente normale e quanto meno più stabile.

Fonte: medicalxpress.com

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Una molecola per combattere la miopatia miotubulare

La miopatia miotubulare è una malattia genetiche che causa la paralisi completa. Porta alla morte entro i due anni di età e al momento non esiste nessun trattamento o cura. I ricercatori dell’Università di Ginevra e dell’Università di Strasburgo hanno però trovato una possibile strada.

I ricercatori hanno identificato una molecola che riduce la progressione della malattia e aumenta l’aspettativa di vita, quanto meno nei modelli animali. Si chiama tamoxifene e la si usa già nel trattamento del tumore al seno. Il prossimo passo sarà far partire i trial clinici, così da verificarne gli effetti sui bambini che soffrono di miopatia miotubulare.

Al momento è in corso uno studio sulla terapia genica. Prima che si possa passare alla sperimentazione umana, però, ci vorranno ancora degli anni. Ecco perché gli scienziati hanno cercato una possibile alternativa tra le molecole già usate in altri trattamenti sugli esseri umani. In questo modo, il possibile passaggio a un trattamento disponibile per tutti sarà più breve.

Il tamoxifene è usato da anni nel trattamento del tumore al seno. La molecola ha diverse proprietà interessanti, tra le quali un’azione protettrice verso le fibre muscolari. Inoltre, è antiossidante, anti-fibrotica e protegge i mitocondri. Per questo motivo, uno studio ancora in corso la sta usando nel trattamento contro la distrofia di Duchenne con risultati eccellenti.

Gli scienziati hanno somministrato il tamoxifene per via orale tutti i giorni a un gruppo di cavie. Nel corso dello studio hanno testato diversi dosaggi, tra i quali quello usato nel tumore al seno. I topi non trattati sono vissuti in media 45 giorni. Con la dose più bassa la vita media è stata 80 giorni, 120 giorni con la dose intermedia e 290 con quella più alta. Alcuni soggetti dell’ultimo gruppo sono arrivati addirittura a 400 giorni.

Fonte: unige.ch

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