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Aurora magazine

La IVF non aumenta il rischio di parto pretermine

Le coppie che decidono di usare la fecondazione in vitro spesso temono le conseguenze per il nascituro. Ci sono infatti voci secondo le quali i bambini concepiti così sarebbero più a rischio. Uno studio internazionale ha analizzato i pericoli reali per chi viene concepito in vitro. Da quanto è emerso, i bambini non sono più soggetti a parto pretermine né a basso peso alla nascita.

Negli ultimi anni c’è stato un aumento delle coppie che usano la fecondazione assistita per concepire. Molte altre temono però le possibili conseguenze per il loro bambino non ancora nato. Per questo motivo, i ricercatori del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR), della London School of Economics e della Helsinki University hanno seguito 1.245 bambini.

I bambini coinvolti nello studio erano fratelli, dei quali almeno uno concepito con fecondazione assistita. I ricercatori hanno messo a confronto i problemi alla nascita dei due gruppi di bambini. In questo modo, hanno analizzato la percentuale di parti problematici tra i fratelli concepiti naturalmente e quelli con IVF.

In effetti, i bambini concepiti con fecondazione assistita o IVF paiono avere più problemi. Il tasso di parti pretermine è più alto, così come quello di bambini molto piccoli alla nascita. Secondo i ricercatori, però, i dati avrebbero poco a che fare con la fecondazione assistita in sé. Infatti, i fattori davvero rilevanti sarebbero legati legati all’età della madre e a caratteristiche fisiche che, tra le altre cose, riducono anche la fertilità.

Fonte: romper.com

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L’utero di una donna morta ha dato la vita

Una donna nata senza utero ha dato luce a una bambina in salute. Tutto grazie all’utero donato da una misteriosa donatrice deceduta. L’evento si è verificato in Brasile ed è un passo rivoluzionario per il trattamento dell’infertilità. Si tratta infatti della prima bambina nata dall’organo di una donna morta.

Prima di questo ci sono stati altri trapianti di utero che hanno portato al parto. Tutti gli organi provenivano da donatrici ancora in vita e dal 2013 sono nati almeno 11 bambini in questo modo. Come detto, la differenza principale è che tutti gli uteri trapiantati provenivano da donatrici vive. Questa è la prima volta che il trapianto di un utero morto ha successo.

Da un punto di vista biologico, gli organi di una persona viva e di una persona morta non sono molto diversi. Eppure, nessuno degli altri 10 trapianti di utero effettuati con organi di donne morte ha avuto successo. Questa prima vittoria promette di cambiare la vita a tante donne che hanno perso l’utero o che sono nate senza. Come la protagonista di questa storia, appunto.

La donatrice era una donna di 45 anni morta per un ictus, che aveva avuto tre bambini con parto naturale. La protagonista dello studio, invece, è nata senza utero. I medici le hanno impiantato quello della donatrice con un intervento durato 10 ore. Dopodiché hanno aspettato che la donna cominciasse ad avere il ciclo mestruale, arrivato 7 mesi dopo, indice che l’organo aveva attecchito. A questo punto hanno usato la fecondazione in vitro per dare inizio alla gravidanza.

Tutta la lunga operazione si è conclusa con una bambina di quasi 3 kg, nata con parto cesareo a dicembre 2017. A ormai un anno dal parto, la piccola risulta sana e non paiono esserci stati effetti imprevisti.

Fonte: nytimes.com

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IVF: potremo selezionare gli embrioni più intelligenti?

Un team di scienziati ha realizzato un test genetico che promette di misurare l’intelligenza degli embrioni. In questo modo sarebbe possibile escludere quelli con un QI molto basso e puntare sui più intelligenti. È davvero possibile? Per il momento il test non è stato ancora usato, ma sta già sollevando discussioni.

I test genetici preimpianto servono a individuare gli embrioni a rischio di malattie genetiche. Li si usa nel caso in cui entrambi i genitori siano portatori sani della malattia, ma anche per individuare eventuali anomalie cromosomiche. L’impresa non è sempre facile: alcune malattie coinvolgono centinaia di geni. Man mano che la ricerca va avanti, però, cresce anche la lista di condizioni individuabili in questa maniera.

Il nuovo test si baserebbe sull’analisi di più regioni del DNA, così da misurare la probabilità che l’embrione abbia un QI basso. L’analisi non è abbastanza accurata da fornire una predizione precisa, ma promette di individuare quanto meno gli embrioni affetti da disabilità mentale. Secondo alcuni, in futuro potrebbe aiutare addirittura a scegliere gli embrioni più intelligenti. Sarebbe davvero possibile?

È ancora poco chiaro come e in che misura i geni influenzino l’intelligenza: l’ambiente culturale continua ad avere un ruolo essenziale. Quanto ai geni dell’intelligenza che conosciamo, potrebbero avere anche effetti inaspettati. Ad esempio, alcuni studi suggeriscono una correlazione tra alte abilità accademiche e autismo. Un’eventuale selezione, quindi, potrebbe portare a un bimbo molto intelligente ma con altri tipi di problematiche.

Fonte: newscientist.com

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Le infezioni non curate fanno fallire la PMA?

Solo il 13% dei cicli di procreazione medicalmente assistita (PMA) si concludono con esito positivo. Le ragioni sono molte, tra le quali ci potrebbero essere anche le infezioni sia maschili sia femminili. Una tempestiva diagnosi e cura potrebbero però ribaltare l’esito delle procedure. Ecco perché un team di esperti consiglia alle coppie infertili una diagnosi microbiologica preventiva.

Secondo l’Amcli (Associazione microbiologi clinici italiani), diagnosticare e curare le infezioni consentirebbe a tanti di vincere la loro infertilità. In alcuni casi con l’ulteriore ausilio della fecondazione assistita, in altri perfino con il concepimento naturale.

Le principali cause di fallimento della PMA sono:

  • età avanzata;
  • alterazioni cromosomiche e altre cause genetiche;
  • malattie sessualmente trasmissibili;
  • infezioni all’apparato genitale.

Rimane comunque fuori un 15% di casi nei quali le cause del fallimento sono sconosciute.

Ciò che rende le infezioni pericolose è spesso la carenza o mancanza di sintomi. I soggetti non sono consapevoli della loro presenza, quindi non vengono prese in considerazione come possibile causa di infertilità. Ecco perché la diagnostica microbiologica è ancora oggi molto trascurata nell’iter che precede la PMA. Questo non capita con altre cause, come l’età o anche le anomalie genetiche. C’è però un ulteriore problema.

Le donne sono abituate a sottoporsi a un gran numero di accertamenti ginecologici. Questo non vale per gli uomini, che tendono ad essere più diffidenti sia verso le visite andrologiche sia verso gli esami microbiologici. Eppure entrambe le cose potrebbero facilitare la PMA, se non addirittura aiutare ad evitarla in toto.

Fonte: corriere.it

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